mercoledì 31 gennaio 2018

SEGNALAZIONI: domenica 4 febbraio "Strega Bistrega" a Centrale Preneste

Domenica 4 febbraio alle ore 16.30

Ruotalibera Teatro
presenta

STREGA BISTREGA

testo Fabio Traversa
regia Tiziana Lucattini, Fabio Traversa

con
Cora Presezzi nella parte di Margherita Margheritone
Dawid Job Wasiulevska Rocca nella parte di Pierino Pierone
Fabio Traversa nella parte della Strega Bistrega



Una strega ostinatamente ignorante, quasi una sopravvissuta di una tradizione streghesca antica e superata. Non sa, o non vuole saperne di più. Una fame atavica la divora. Deve trovare da mangiare e non è facile, e allora anche un bambino diventa un pasto invitante.
Una figlia ignorante anche lei, ma curiosa. Di una curiosità particolare per una giovane strega che conosce di fatto solo erbe, frutta, intrugli magici e bestie boschive. Esistono altri esseri al mondo? E come sono fatti? Come sono fatti i bambini?
"Boh...!” risponde la Strega, ma la curiosità della figlia diventa anche la sua.
E poi un bambino: presenza e assenza. I suoi giochi, le sue abitudini. Ripreso e sorpreso nella sua quotidianità. Cosa c’entra lui, così normale, col mondo delle streghe? Ma il suo sguardo ha un luccichio, insondabile...



Per i bambini dai 3 ai 10 anni e per le famiglie
Ingresso € 5,00 – posto unico

Info e prenotazioni info@ruotaliberateatro.191.it


CENTRALE PRENESTE
Teatro per le Nuove Generazioni
Via Alberto da Giussano, 58



domenica 28 gennaio 2018

Due chiacchiere con Fabian Negrin

Fabian Negrin
Con immenso piacere e anche una certa emozione ospitiamo oggi nella nostra rubrica Due chiacchiere un illustratore che amiamo moltissimo: Fabian Negrin. La sua poetica personale, di rara sensibilità, e le sue illustrazioni fortemente evocative lo hanno reso uno degli illustratori più apprezzati nel panorama nazionale e internazionale. Ne sono una testimonianza i riconoscimenti ufficiali ricevuti (per citarne alcuni: Premio Andersen per il miglior illustratore nel 2000; la Bib Plaque della Biennale di illustrazione di Bratislava nel 2009; il Bologna Ragazzi Award Non-Fiction nel 2010).
Fabian Negrin, argentino di nascita e italiano di adozione, ha pubblicato i suoi lavori in Italia presso diverse case editrici (Orecchio Acerbo, Donzelli, Gallucci...). Fra i suoi numerosi libri, in qualità di autore unico o come illustratore, ricordiamo: Lerolero e altre storie (Mondadori, 2002); Mi porti al parco? (Il Castoro, 2009), La servetta di Donatella Ziliotto (Panini, 2007); La vita intorno (Salani, 2009); L’ombra e il bagliore di Jack London (Orecchio Acerbo 2010), Favole al telefonino (Orecchio Acerbo 2010), Tutte le fiabe di J. e W. Grimm (Donzelli 2015), e L'apprendista stregone (Donzelli 2017).
È da quest'ultimo lavoro - di cui abbiamo parlato anche in un precedente post -, che siamo pariti per porre cinque domande a Fabian Negrin, che in questa intervista ripercorre insieme a noi alcuni passaggi del suo percorso artistico, permettendoci di curiosare nel suo processo creativo.

Iniziamo dal tuo ultimo lavoro: "L'apprendista stregone", edito da Donzelli in collaborazione con il Goethe-Institut. Si tratta della celebre ballata scritta da Goethe nel 1797, resa famosa ai giorni nostri dal cortometraggio Disney all'interno del film Fantasia. Un progetto ambizioso che ti ha costretto (o dato l'opportunità, dipende dai punti di vista) di confrontarti con due grandi nomi, Goethe e Disney, di epoche e e linguaggi totalmente differenti. Da un lato la tradizione letteraria, dall'altro l'immaginario comune ben più recente: come hai affrontato tale rapporto? Raccontaci da dove sei partito e come sei arrivato ad apportare gli elementi di novità che abbiamo ritrovato nelle tue illustrazioni.

Pete Townshend,
chitarrista degli Who
Sapevo che non avrei vinto la gara contro Disney e questo mi ha molto tranquillizzato. Il cortometraggio di Mickey Mouse apprendista stregone è un capolavoro del disegno animato e del cinema in generale, così ho cercato di rubare l'essenza cambiando la buccia. Il topo è diventato un bambino, e per l'interno, al posto della grotta buia, vi è una casa luminosa in cui si svolge la storia, mentre per gli esterni, invece del cortile abbagliante, c'è un notturno in una pozza fangosa. Mi sono tenuto all'idea di Paul Dukas di accompagnare la narrazione con della musica, e così ho spinto l'apprendista a mettere un disco nel grammofono, in modo da fare air-guitar con la scopa. Questa potrebbe essere un’anticipazione del tema della metamorfosi magica: la scopa viene trasformata prima in una chitarra elettrica e, solo dopo, nell'essere animato raccontato dal poema. Allo stesso tempo è un modo per sottolineare il momento di felice autonomia del ragazzino quando l'adulto non c'è (l'air-guitar è un'attività da fare lontano da occhi indiscreti, forse imparentata con la masturbazione). Ho fatto appello a Pete Townshend, chitarrista degli Who, e al suo antigravitazionale modo di saltare sul palco; così come mi ha aiutato il sentimento di libertà espresso da un giovanissimo Tom Cruise nel film Risky Business nella scena in cui finalmente resta a casa da solo (Fuori i vecchi... i figli ballano diceva l'orrendo ma calzante titolo italiano).



L'altro punto forte, già presente nel testo, è l'acqua, anche questo elaborato in mille meravigliosi modi da Disney. All'inizio volevo far vedere l'intero pianeta allagato, una specie di Diluvio universale. Poi questa idea si è trasformata negli oggetti di diverse epoche che galleggiano attorno all'apprendista nell'ultima doppia pagina: caffettiere, automobili, teschi ecc. Credo che questo sia un fruttuoso modo di procedere: avere idee grandiose, ridicole e fuori proporzione per poi circoscriverle al racconto, lasciando solo l'osso dell'idea originale. Questo permette di mettere tanti pensieri all'interno delle illustrazioni senza annegare il senso principale, lasciando in sotto traccia elementi che possono essere degustati in letture successive.

Der ZauberlehrlingL'apprendista stregone, J. W. Goethe, illustrazioni di F. Negrin, Donzelli editore, 2017

Il ritmo, la musicalità sono caratteristiche essenziali della ballata. Quanto hanno inciso – e se – il ritmo e la musica nella creazione delle immagini? E, pensando all'immagine che citavi prima del disco degli "Who" posto nel testo, quanta importanza ha per te mantenere un legame con la contemporaneità in quello che decidi di far vedere?

Sono un deluso della contemporaneità in generale, del moderno in pittura, nell'illustrazione, nella musica, delle tecnologie e dell'uso del computer per realizzare immagini. Odio i blog... Cerco dunque di essere il più inattuale possibile. In quel senso il rock - quel genere morto e sepolto che amo e al quale tanto devo - credo appartenga definitivamente al passato. Per le nuove generazioni che leggeranno/vedranno questo libro forse la chitarra elettrica che compare o è evocata qua e là nei disegni non è meno vetusta del liuto appeso al muro nella residenza dello stregone (così forse per loro non sarà assurdo l'accostamento in un poema settecentesco del rock riprodotto da un grammofono). L'immagine della copertina del disco degli Who è dunque necessaria per capire il significato del salto del protagonista con la scopa, salto che, da solo, probabilmente non avrebbe fatto pensare a Pete Townshend... La copertina del disco per terra funge così da nota a pie’ di pagina, necessaria proprio perché l'immagine non è contemporanea ma antica.

Der Zauberlehrling, L'apprendista stregone, J. W. Goethe, illustrazioni di F. Negrin, Donzelli editore, 2017

Il ritmo ovviamente non è solo nel rock o nella musica tutta (ce n'è tanto anche nella musica di Dukas), ma nella poesia e dunque nel testo di Goethe, ed è questo che ho seguito soprattutto, non tanto nella metrica quanto nel crescendo della narrazione. Ho voluto che pian piano la distruzione provocata dalla scopa si presentasse in tutta la sua dimensione, senza troppi salti fra una pagina e l'altra, raccontando ettolitro dopo ettolitro l'acqua che saliva e invadeva il mondo. Forse i disegni hanno enfatizzato l'aspetto liquido già presente nel poema. Il ritmo è essenziale per ogni albo illustrato, anche per quelli che non hanno un argomento poetico o musicale. È dato dalle dimensioni che hanno i diversi disegni e dunque dalla proporzione fra di loro, dal bianco della pagina che resta o no fra un'illustrazione e l'altra. Ad esempio, prima un disegno a doppia pagina, si gira la pagina e c'è un disegno a pagina singola, con quella a fianco bianca col solo testo, si gira ancora e una serie di piccoli disegni scontornati invadono la doppia pagina. Tutto questo genera un certo tipo di ritmo visivo, diverso da un altro libro dove ogni centimetro quadro è occupato dal disegno, come a volte capita di vedere. È il bianco fra i disegni che dà il ritmo, così come nella musica è il silenzio fra una nota e l'altra.

Oltre all'apprendista, ci sono altri due protagonisti - a cui hai già fatto cenno - che hai saputo far emergere alla perfezione: l'acqua – che sembra inondare le pagine del libro – e la scopa-creatura che prende vita. La prima, tecnicamente difficile da rendere, per la quale hai usato sempre modalità descrittive diverse (e non è la prima volta che riesci a rendere un elemento naturale così bene, pensiamo al vento in "Come? Cosa?"); la seconda decisamente efficace nella sua evoluzione e nella sua umanizzazione. Ci racconti come hai lavorato (anche tecnicamente) nel riuscire così bene in tale intento?

Copertina de L'apprendista stregone
È da quando lavoravo nelle riviste e giornali negli anni '90 che disegno l'acqua, che cerco di disegnare l'acqua. La cosa interessante di questa operazione è l'impossibilità di successo. Disegnare è già un'impresa essenzialmente assurda: convertire in due dimensioni quello che ne ha tre; racchiudere dentro una linea nera una figura, mentre nella realtà le cose non hanno un contorno; immobilizzare oggetti che sono in moto; disegnare un elefante in un piccolo foglio... L'acqua, oltre a questi problemi, aggiunge la trasparenza, il colore riflesso o apparente quando la si trova in grandi quantità, l'invisibilità che acquisisce dentro un bicchiere (ma che comunque modifica la vista del bicchiere), l'aspetto che prendono gli oggetti sommersi ecc. Disegnare l'acqua, come disegnare il vento e come disegnare uno specchio, è un'attività infinita, ogni modo che troviamo per fissarla sulla carta è solo una convenzione, un falso che (e altrimenti non vale) deve in qualche modo funzionare come l'oggetto vero. Si situa dunque nel cuore di quello che è disegnare, illustrare, perché è sostanzialmente una bugia. Una bugia che può essere costruita da puntini, righe sinuose, macchie, macchioline, superfici piatte, vuoti... Infiniti modi di rappresentare l'acqua che probabilmente non ci aiuteranno la prossima volta che vorremo catturarla.
Per la scopa invece mi sono fatto aiutare dal Golem e soprattutto da Frankenstein, l'inanimato che prende vita conservando qualcosa di mostruoso, che non è cattivo ma all'occorrenza può fare del male. Forse è un altro tema sotterraneo del poema: Sciagura a chi imita Dio. Le scope sono oggetti di soglia, la paglia e il legno conservano più o meno la stessa forma che hanno in natura, dunque come sapere se non hanno ancora una scintilla di vita? Oppure, siamo sicuri che preferiamo pensarle come completamente morte? Ovvio che c'era un'epoca in cui si svegliavano di notte al richiamo delle streghe, mentre noi incauti ce le teniamo in casa!

Come?Cosa?, Orecchio Acerbo 2016

Spaziando nel tuo lavoro passato, non è la prima volta che ti misuri con grandi nomi della tradizione letteraria. Hai illustrato, sempre per Donzelli, e in diverse edizioni, alcune delle più celebri fiabe dei fratelli Grimm. Anche lì hai dovuto rapportarti all'immaginario comune (penso a fiabe come "Cappuccetto rosso", "Biancaneve"): in quel caso come ti sei mosso? Immagino che anche tu avrai avuto un immaginario di quelle storie, probabilmente anch'esso simile a quello collettivo: è stato il tuo punto di partenza o – considerate le suggestioni delle fiabe e le tue immagini fortemente evocative –  hai semplicemente lasciato che le fiabe dei Grimm ti parlassero? 

Di solito le fiabe sono dei testi di altissima qualità narrativa, piene di personaggi folli e vicende stupefacenti, cosa che in qualche modo sostiene l'illustrazione, come se metà del lavoro fosse già fatto, e con fiabe molto famose, come quelle dei Grimm, si ha anche il vantaggio che tutti conoscano alcuni personaggi, la trama, o qualche "fermo immagine". Questi elementi, però, possono essere un peso che impedisce di andare troppo lontano, inchiodati dalle migliaia di illustrazioni che sono state realizzate per una determinata fiaba celebre. È comune vedere disegnatori, distanti nel tempo e nello spazio, illustrare le stesse medesime scene. Ci sono ovviamente aspetti comuni all'illustrare una fiaba e ogni altro tipo di testo (racconti, romanzi, articoli): c'è un testo che va letto e riletto, si estrae un'immagine che illumini lo scritto con una luce il più interessante e originale possibile, senza stravolgere il significato profondo, senza forzare, il più naturalmente possibile. L'utopia è che testo e immagine diano l'impressione di essere nati insieme, fratelli siamesi con un unico cuore. Allo stesso tempo credo che il disegno sia un tipo d'intelligenza diversa da quella che usa le parole per mostrarsi (suppongo sia lo stesso per l'intelligenza musicale, per quella matematica ecc.). Ogni forma che nel corso della storia ha richiesto un determinato tipo di processi non-verbali (visivi, sonori) esiste perché ci sono cose che possono essere dette solo con quei determinati processi, non con altri (Frank Zappa diceva ''parlare di musica è come danzare di architettura''). Questo per dire che si può illustrare veramente solo se si sa disegnare veramente, se col disegno si sa arrivare ai concetti che si possono dire solo col disegno. Altrimenti si finisce per scimmiottare la decorazione, la grafica, per fare quello che il computer ti dice di fare, come si vede oggi così spesso in libreria. Dunque direi che per illustrare Cappuccetto rosso basta saper leggere e disegnare. Saperlo fare veramente però...

Tutte le fiabe, Jacob e Wilhelm Grimm, illustrazioni di F. Negrin, Donzelli Editore, 2015

Nonostante il tuo stile artistico sia decisamente riconoscibile, il tuo lavoro è vario e a volte inaspettato: se si pensa alla tua opera, la mente del lettore attraversa titoli come "il Gigante Gambipiombo", "Chiamatemi Sandokan!", "Mi porti al parco?"... Alcuni di questi sono comici: che tipo di rapporto hai con l'ironia, il comico e l'umorismo? E cosa ti diverti di più a illustrare?

Chiamatemi Sandokan!, Salani, 2011
È vero, i tre titoli menzionati hanno aspetti comici, o almeno ironici. Onestamente non ci ho mai riflettuto... Nei miei libri ho forse una tendenza a prendere in giro i personaggi, a metterli in situazioni più ridicole che pericolose, ma purtroppo credo che nessuno muoia dal ridere leggendo questi tre libri. Non associo l'atto del disegnare col divertimento comunque, perché disegnare implica molta frustrazione, impegno, sforzo e non sempre è ripagato con i risultati, diciamo che quando va bene si bilanciano il piacere e il dispiacere, come penso succeda in qualunque altra attività umana. Sicuramente mi "diverte" molto di più guardare l'opera di vecchi illustratori quando leggo. Ho riso molto leggendo Tre uomini in barca ad esempio, ma non mi capita spesso di trovare il comico nei libri che mi interessa leggere. Nell'illustrazione, poi, direi che per me è molto difficile fare un tipo di rappresentazione realista e allo stesso tempo realizzare un'immagine comica, di fatto il comico è pressoché assente nella pittura antica e moderna, mentre per poter lavorare nell'ambito del comico i caricaturisti e i fumettisti (non a caso in inglese il fumetto si chiama comic), e poi Disney nei suoi film, hanno inventato nuove forme di disegnare. Onore a loro.

Stella Larotonda

venerdì 26 gennaio 2018

SEGNALAZIONI: Scorri, scrolla, digita. App per una lettura creativa

Un libro non ha limiti:
si legge, certo, ma non tutte le storie si esauriscono tra le pagine di un libro...



Ed è con grande piacere e un pizzico di orgoglio che iniziamo una nuova avventura, un percorso di sperimentazioni digitali di app per la lettura, per bambini e ragazzi, grazie al Goethe-Institut Rom e in collaborazione con la Biblioteca Europea di Roma. 

Gli incontri si inseriscono nell'ambito del progetto Scorri, scrolla, digita (app per una lettura creativa) che prevede un ricco calendario di appuntamenti dedicati a bambini e ragazzi, con l'invito di venire a conoscere e sperimentare alcuni dei migliori libri e app del panorama italiano e internazionale.

Si comincia Sabato 10 febbraio alle ore 11 con David Wiesner, l'illustratore statunitense, costruttore di fantasiosi mondi (Mr. Ubik, Martedì...). Inizieremo dagli albi per arrivare all'app SPOT.
Per ragazzini dai 7 ai 9 anni. Ingresso libero su prenotazione sul sito del GoetheL'incontro si svolgerà al Goethe-Institut, in Via Savoia, 13/15.

Potete trovare il programma degli incontri a questo link.

E per i più piccoli, sempre nell'ambito di Scorri, Scrolla, digita (progetto in collaborazione con Minibombo, Goethe-Institut e Biblioteche di Roma) segnaliamo:

Il 15 e 22 febbraio, ore 17
Bzz... arriva Minibombo!, letture e giochi digitali con la mostra interattiva Questo libro fa di tutto: un tuffo nei libri del catalogo Minibombo Editore. 
Ingresso libero. Per bambini dai 3 ai 5 anni.
L'incontro si svolgerà in Biblioteca Centrale Ragazzi, via San Paolo alla Regola, 15-18.

Sarà un ottimo modo per conoscere e sperimentare insieme! 


giovedì 18 gennaio 2018

FIGURIAMOCI! Incontro del 14/12/2017 a tema "ho scritto t'amo sulla sabbia"

FIGURIAMOCI! è uno spazio di incontro per amanti di libri con le figure, in particolare albi illustrati e fumetti che si riunisce mensilmente all'Hula Hoop a Roma. Il prossimo incontro è giovedì 25 gennaio alle ore 19 a tema "Oracoli, profezie, prodigi, segni".

Ecco invece  la lista dei libri sfogliati, smontati e commentati da FIGURIAMOCI! Gruppo di lettura albi illustrati e fumetti dell'incontro a tema "ho scritto t'amo sulla sabbia" del 14/12/2017: 

Wolinski, G. PIchard, Paulette, Édition du Square 1971
I. Chabbert, R. N. Guridi, Un giorno sono diventato un passerotto, Coccole Books 2015
Alfred, J.-P.Degraud, La disperazione della scimmia, Tunuè 2012
G. Dewanckel, Baci, Orecchio Acerbo 2013
M. Siegel, Sailor Twain. La scienza dell’Hudson, Bao Publoshing 2013

Blutch, Peplum, 001 Edizioni 2016

Cos'è FIGURIAMOCI! Gruppo di lettura Albi illustrati e Fumetti?
Un gruppo di lettura aperto a tutti che si incontra mensilmente intorno alle immagini di albi illustrati e fumetti. Ad ogni incontro si sceglie il tema dell'incontro successivo. Tutti gli incontri si tengono all'Hula Hoop di Roma, in via De Magistris 91/93. 







sabato 6 gennaio 2018

La Befana: antenata donatrice, Nonna del fuoco, Vecchia/Strega d’Inverno


La Befana: una tradizione di origine remota, squisitamente italiana, e nondimeno per lo più soppiantata, al giorno d’oggi, dal primato – si noti, maschile – di Babbo Natale, figura più recente e nel complesso più rassicurante di quella che talvolta si presenta nel folklore come una vera e propria madre/strega distruttrice e pericolosa, persino divoratrice dei fanciulli cui fa visita, la notte del 6 gennaio, a cavallo della sua scopa. In effetti, nonostante la Befana stessa sia stata sottoposta, quanto Babbo Natale/San Nicola a tentativi di “cristianizzazione” – si pensi alla sua identificazione con Sant’Agata o alla sua prossimità con la Santa Lucia del 13 dicembre –, questa risulta prima di tutto «erede di personaggi, funzionali all’interno delle culture contadine, ma inquietanti e inaccettabili per la Chiesa» (Erberto Petoia, Storia e leggende di Babbo Natale e della Befana, p. 18), e non potrà probabilmente mai liberarsi di quelle radici – eretiche, pagane, quindi stregoniche e demoniache – che le appartengono. 

Come sottolineano Baldini e Bellosi: «La Befana così come appare nel folklore italiano… è figlia di insiemi mitico-simbolici vari e compositi, perché la cultura popolare del nostro paese si è formata con l’apporto della religiosità e delle tradizioni latine, celtiche, germaniche, slave, greche ecc., a loro volta formatesi con supporti ancora più antichi» (Tenebroso Natale, p. 178). Risulta quindi del tutto impossibile, nella «commistione di culti agrari, funebri e lunari», discernere la sua genealogia da quella delle «entità notturne che, in larga parte d’Europa, furono al centro di mitologie e devozioni popolari (poi viste, nell’ottica inquisitoriale d’età tardomedievale e moderna, come prodromi del sabba stregonico)». Si tratta di Diana, Ecate, Proserpina, Abundia-Satia, Perchta, Holda, Erodiade, ovvero degli archetipi femminili considerati alla guida della più volte menzionata caccia salvaggia o corteo dei defunti (spesso, nelle tradizioni orali, trainati da rami, bastoni o scope).
Semplificando al massimo, la Befana risulta essere una «sintesi simbolico-religiosa» tra: 1) «un filone interpretativo connesso ai riti della fertilità e in cui le donne ricoprono un ruolo fondamentale» (Storia e leggende di Babbo Natale e della Befana, p. 12) – da cui la sua assimilazione alla divinità agreste della Madre Terra e l’attività di tutela da lei svolta nei confronti della filatura e della tessitura, attività sponsali per eccellenza – e 2) culto funebre della matriarca/antenata domestica, così da arrivare a rappresentare i morti, ritualmente in visita, più o meno propizi nei confronti della loro famiglia. Perché la Befana “vien di notte” e la sua inviolabile invisibilità le deriva, da una parte, dalla natura inferica, soprannaturale che la contraddistingue, dall’altra, dalla necessità, per il bambino che la attende, di non vederla (pena la mancata consegna del regalo o peggio il finir preda di temibili, persino fatali, castighi).

Befana in piazza (B. Pinelli)

La festa di Epifania chiude il ciclo dei dodici giorni successivi al Natale: «festa lunare», conforme a calendari antichi, resta legata alla simbologia del suo astro, configurandosi come «momento rituale dedicato all’infanzia e al mondo femminile» (Claudia e Luigi Manciocco, L’incanto e l’arcano, p. 148). Nella tradizione contadina, la dodicesima notte è notte di miracoli, metamorfosi: a mezzanotte le bestie acquistano parola, ed ogni cosa si trasforma, «le lenzuola in lasagne, le mura in cacio, l’acqua in vino», «tutti i desideri si esaudiscono, gli alberi danno frutti d’oro» (ibidem): 

La dodicesima notte conclude il periodo di passaggio dal vecchio anno al nuovo cominciato col Natale. È dunque un capodanno e, come ogni “capo dell’anno”, è colma di sortilegi, come spiegano due proverbi: “La notte di Pasquetta parla il chiù con la civetta” e “La notte della Befana nella stalla parla l’asino, il bove e la cavalla”. Quest’ultimo riflette una credenza popolare, diffusa una volta soprattutto in Romagna e Toscana, secondo la quale gli animali parlano nella notte dell’Epifania. Fino all’avvento dei trattori si tramandavano le parole che si scambiavano i buoi: “Biancone!” “Nerone!” “Te l’ha data ricca la cena il tuo padrone?” “No, non me l’ha data.” “Tiragli una cornata!” Sicché si diceva che alla vigilia dell’Epifania i contadini governavano senza risparmio le loro bestie per evitare che nella magica notte dicessero male del padrone o del loro custode. Ma si credeva anche che i morti s’incarnassero, in quella notte di passaggio fra un anno e l’altro, negli animali da stalla che acquisivano in quelle ore capacità divinatorie (Alfredo Cattabiani, Lunario, p. 17). 

Il soprannaturale irrompe potentemente nel quotidiano, i morti tornano in massa nelle loro case, vi entrano a benedire il pane, siedono a tavola con i vivi. Proprio il ritorno dei defunti – il viaggio della Befana, a bordo della scopa, di camino in camino – è il nucleo mitico che rende l’Epifania tecnicamente assimilabile alle più arcaiche feste rurali della primavera, espressione della Grande Festa di rinnovamento e purificazione che si estende sino alle calende di marzo, e di cui il Capodanno invernale costituisce soltanto una delle tappe rituali, assieme al Carnevale e, vedremo, alla Quaresima.
Innanzitutto, la Befana della festa popolare – figura ambigua, che si manifesta alla fine di un periodo di transizione fra il vecchio e il nuovo anno – conserva le sembianze “archetipiche” della Madre Terra, che offre, prima del gelo invernale, i suoi ultimi doni, per rifiorire, se opportunamente nutrita e propiziata, Natura “giovinetta” in primavera:

All’inizio del mese di gennaio si festeggia Madre Natura che assume le sembianze di una vecchia e benevola strega a cavallo di una scopa: la Befana, detta anche la Vecchia a Pavia, la Pifanie nel Lario orientale, la Vecia o la Stria a Mantova, Padova, Treviso e Verona, la Pasquetta a Legnago, a Venezia Marantega o Redodesa, nome che si ritrova anche nelle Alpi bellunesi con le varianti Redosega, Redosola e Redosa, la Sibilia a Pirano, la Donnazza a Borca di Cadore, l’Anguana a Cortina d’Ampezzo e la Berola in provincia di Treviso, la Vecie o la Strie o la Femenate o la Marangule nel Friuli. A Modena è la Barbasa, a Piacenza la Mara, la Voecia a Bologna. La Befana, che appare nella dodicesima notte dopo Natale, alla fine del periodo di transizione fra il vecchio e il nuovo anno, è un’immagine di Madre Natura che, giunta alla fine dell’anno invecchiata e rinsecchita, assume le sembianze di una befana o di una “comare secca” da segare e bruciare. Ma prima di morire offre una cascatella di dolciumi e regalini che altro non sono se non i semi grazie ai quali riapparirà nelle vesti di giovinetta Natura: ovvero è una luna che muore, diventa nera, per rinascere falce verginea (Lunario, p. 13).
Maschera spaventosa di Redodesa

Anche l’usanza di cacciare attivamente, e uccidere col fuoco, la Vecchia nonna/strega d’inverno risulta conforme a tale simbolismo. In particolare, il rito benaugurale del copar la vecia, in Veneto, riassume efficacemente, dei fuochi dell’Epifania, tanto le atmosfere luttuose quanto la componente chiassosa/carnascialesca: 

Una volta nel Veneto si celebrava nella dodicesima notte un rito dove si faceva un gran chiasso per scacciare dai campi e dai paesi tutte le forze malefiche. Poi si accendeva un fuoco su cui bruciava il pupazzo orrendo della Vecia: da questa usanza è nato il detto «Copar la vecia», cioè liberarsi da ogni male. Chi fosse riuscito a portare a casa i cavei, i suoi capelli, si sarebbe propiziato la fortuna per tutto l’anno. Infine la Vecia rinasceva dal fuoco purificatore come Veceta, buona fata portatrice di bene e di doni. Ancora oggi a Goito, in provincia di Mantova, si brucia un pupazzo, detto la Vecia, sui grandi falò, i borielli (Lunario, pp. 13-14). 

"Vecia" befana o
 "veceta" fata primaverile

Che la Befana sia una personificazione dell’anno e della natura giunta al termine del suo ciclo, e che di conseguenza la festa dell’Epifania appartenga al medesimo contesto mitico-archetipico degli altri – molteplici – “capodanni” agrari, traspare con chiarezza accostandola al Carnevale, e cogliendone l’aspetto ludico, “drammaturgico”, comico/teatralizzante. Tanto che, a Varallo Sesia in Piemonte, il «frantolino», simboleggiante l’anno nuovo, strappato alle braccia della «Veggia Pasquetta» può essere incoronato mesi dopo “re del Carnevale”, mentre in Sicilia ci si munisce di torce a vento nella notte di San Silvestro per stanare, nelle caverne di Gratteri, la Carcavecchia velata dei tortiglioni, e il fantoccio lacero della Strina di Ciminna - che, formica, esce dal suo castello soltanto a Natale – viene rincorso per le strade da centinaia di ragazzi urlanti, in un tripudio di corni di bue, cerbottane, padelle e pentole. Morfologicamente analogo al bruciamento della Befana è infine l’usanza di «Sega-la-Vecchia», tipica della mezza Quaresima e dunque appartenente al quadro rituale del capodanno carnascialesco e del culto primaverile delle piante:

La Vecchia era un pupazzo di legno che spesso teneva tra le mani il fuso e la conocchia, ed era riempita d’uva e fichi secchi, castagne, carrube, mele, pere con sapa e cotognata: piccoli regali che, segata, concedeva ai paesani prima di essere bruciata sul rogo. Era apparsa già in un altro periodo, considerato un Capodanno, con il nome di Befana: simbolo dell’anno vecchio che moriva offrendo i semi da cui sarebbe cresciuto l’anno nuovo (Alfredo Cattabiani, Calendario, p. 155). 

Riproposto cristianamente come rito d’astinenza pre-pasquale, espiatorio delle orge gastronomiche, il «processo» alla Strega ingorda - condannata per «voglia di un salsicciotto bolognese» ad esser segata viva, sventrata senza pietà per liberare la fata carica di dolci e frutta fresca che porta in grembo – segue lo stesso cerimoniale della potatura del «ramo» di Carnevale, celebrativa dell’equinozio di primavera e del rivolgimento del ciclo della natura: 

Di là dalle interpretazioni moralistiche, il rito di Sega-la-Vecchia, come quello dell’albero di Carnevale, era ed è, dove ancora sussiste, una cerimonia di passaggio verso l’equinozio di primavera, verso il nuovo anno. Vi si celebra senza esserne più coscienti la morte del vecchio anno, ovvero della «comare secca», della vecchia Madre natura da cui rinascerà la giovinetta Natura, cioè l’anno nuovo: simbolo della rinascita spirituale di chi sa liberarsi della vecchia pelle rinascendo «nuovo» (Calendario, p. 156).
Cerere, Madre Terra


I falò del 6 gennaio assumono, nella tradizione folklorica, una funzione tecnicamente propiziatoria/apotropaica, favoriscono la fertilità dei campi e la salute degli esseri viventi, sono dotati del potere magico di influenzare le sementi, tanto che dalle loro faville si traggono diffusamente pronostici per il raccolto. Al tempo stesso – come testimoniato dalla valenza negativa/malefica attribuita al fantoccio bruciato – consentono di esorcizzare il sentimento primordiale di paura sperimentato dal contadino in un momento particolarmente “sensibile” dell’anno, legato al ritorno dei morti e alla loro presenza nei campi e nelle case.
Perciò, la festa della Befana, Madre/antenata, offre l’occasione tanto per venerare e accogliere i defunti in processione, quanto per scacciare gli spiriti stregoneschi che infestano le campagne. Tenuta ferma la distinzione, nel pensiero antropologico, tra i «morti concepiti come potenzialmente nocivi» e gli antenati benevoli della famiglia, i roghi incineratori della Vecchia di Natale possono essere interpretati – citando i Manciocco - secondo la modalità del «commiato», in quanto la figura della progenitrice in visita, ospitata e nutrita al focolare, attrae ma anche spaventa gli eredi, e nell’ultimo giorno della sua celebrazione deve essere prudentemente riaccompagnata nel regno ultraterremo da cui proviene. Gli atti rituali – fuochi, rumori e grida – che scandiscono il processo alla vecia allontanano simbolicamente il Morto dalla terra, permettendo la ripresa delle attività quotidiane e il ristabilimento dell’ordine agrario: 

Abbiamo già rilevato come i fuochi accesi durante i dodici giorni e in particolare l’ultimo, che coincide con l’Epifania, avevano una funzione di “commiato” rispetto agli spiriti degli avi defunti: sappiamo inoltre che questa funzione deriva dai rituali incineratori e dall’allontanamento dello spirito mediante il fuoco. I resti di questi fuochi accesi con scadenze calendariali in corrispondenza della grande festa, portati in casa e nei campi avevano poteri fertilizzanti e taumaturgici. Tali virtù dei fuochi trasferiti alle braci e alla cenere vengono acquisite dai giovani che saltano attraverso questi falò collettivi, e dai bambini piccoli che vengono avvicinati al fuoco in braccio alle madri. Probabilmente tutti questi riti erano elementi costitutivi essenziali del ritorno degli antenati durante la grande festa, la cui struttura stiamo tentando di ricostruire, seppure frammentariamente. Sembra evidente quindi che i falò accesi durante la notte dell’Epifania, con il fantoccio della Befana che viene bruciato, si possono ricondurre a questo contesto, confermando così l’ipotesi di un nesso tra la Befana e i riti d’iniziazione dei giovani, in questo caso mediante il fuoco (L’incanto e l’arcano, pp. 86-87).
Il rogo della Vecchia


La figura della Befana rimane quindi intrinsecamente legata al contesto iniziatico: non è un caso che proprio un’anziana donna fosse spesso chiamata a svolgere – nei rituali primitivi connessi alla transizione del giovane da uno stadio all’altro dell’esistenza – un ruolo preminente. In quest’immagine tradizionale – come di tutte le proiezioni mitiche ad essa accostabili – si può pertanto individuare:

[…] un sostrato originario, dove si riflettono i tratti della grande dea delle foreste, signora degli animali e delle piante, delle acque e del fuoco, dei fenomeni astrali e delle tempeste, progenitrice e protettrice del clan, custode del fuoco tribale, nonché grande madre degli antenati della stirpe. Assistiamo poi gradatamente all’innesto di uno strato secondario, con il potenziamento e lo sviluppo di alcuni caratteri in epoca neolitica, con il passaggio alle abitazioni stabili. Qui la figura della vecchia nonna è particolarmente legata al focolare domestico e al culto degli antenati. Si rafforza il suo legame con le piante, con la terra, l’acqua, la fertilità, e si sviluppano le caratteristiche e le funzioni legate all’agricoltura, come quella di seminare i campi, occuparsi dei lavori di tessitura e filatura delle piante; anche questi come vedremo in qualche modo correlati al culto degli antenati, e in particolare al culto domestico delle progenitrici familiari. (L’incanto e l’arcano, p. 9)
La "Nonna-fuoco" (E. Beskow)

Nella sua «modesta apparenza» di abiti rattoppati e scarpe rotte, la Befana – proprio come la baba
jaga delle fiabe – svolge da secoli la funzione di mediare «tra il mondo dei vivi e l’aldilà, tra la nostra vita quotidiana ed il “tempo fuori dal tempo” degli antenati» (L’incanto e l’arcano, p. 10)
Perchta
Emblematicamente, gli archetipi femminili legati al periodo natalizio sono in svariati ambiti folklorici contraddistinti da «tratti zoomorfi» legati al culto paleolitico degli avi e delle fiere selvagge: se è la cicogna (animale carico di energia fecondante e patrono delle nascite) ad accompagnare la Holda germanica (protettrice dei defunti nonché dea delle tempeste, dispensatrice di regali ai bambini), la Perchta austriaca appare talvolta munita di becco e zampe di gallina, mentre in Sicilia la Vecia Strina Befana appare spesso come uccello o formica che penetra nelle case passando per i tetti o i camini. Abbiamo del resto già rilevato nel precedente post come la Santa Lucia italo-spagnola e la Tante Arie francese siano sempre accompagnate dall’inseparabile asinello.

Tante Arie, Fata-Befana
Altro nesso fondamentale è quello fra la Befana e la cappa del camino, luogo del suo avvento ma anche fulcro un tempo del culto primitivo dell’antenata, «nonna-fuoco», custode delle ceneri, protettrice della comunità familiare. Nelle antiche tribù, infatti:

La donna più anziana della casa era la principale addetta al fuoco: se nella famiglia non vi erano più donne, tutti i riti si interrompevano, poiché la comunità era basata sulla consanguineità e rappresentata dalla figura femminile, spirito del fuoco e madre del clan, una sorta di progenitrice mitica di un gruppo familiare. Quando la sposa si trasferiva nell’abitazione dello sposo, essa portava con sé lo spirito della propria antenata, prelevando dei tizzoni dal focolare della casa natale, e con questi accendeva il fuoco nella casa del marito, rivolgendosi alla sua progenitrice con queste parole: “Piccola madre, ora che il nuovo fuoco è acceso, stabilisci un nuovo saran: che il mio fuoco non smetta mai di ardere in questo nuovo luogo”. Il fuoco comune era un’istituzione del clan, e la nonna ne era la padrona e la custode. Essa era in rapporto con la reincarnazione delle anime dei defunti nei nuovi nati e risiedeva nel focolare (L’incanto e l’arcano, p. 61).

Il focolare, immaginato come sede sacra degli avi, è circondato da un «alone mitico» poiché anticamente connesso – spiegano i Manciocco – al rito della «seconda sepoltura». La festa primitiva del «ritorno dei defunti», celebrata al Capodanno, prevedeva infatti che le loro spoglie – inizialmente espulse dall’abitato e lasciate a purificarsi – venissero nuovamente condotte in casa e ri-inumate in corrispondenza della soglia o del camino. L’usanza funeraria, scomparsa in epoca successiva, è conservata tuttora in alcune tradizioni che prevedono la deposizione di offerte al focolare. 
Notoriamente, la Befana è immaginata come portatrice di doni per i bambini “buoni”, o, viceversa,  irreprensibile castigatrice dei “cattivi”. Il suo avvento rituale, desiderato ma anche temuto dai fanciulli, si inscrive dunque nel quadro di una logica pedagogica in cui i premi – balocchi, caramelle e dolciumi vari – o le punizioni – il carbone e la fuliggine –, dispensati da un personaggio oltremondano, da un “morto”, segnalano simbolicamente meriti e trasgressioni accumulati nel corso dell’anno:

Quel che fanno per la Sicilia in generale i Morti, fa per alcuni paesi particolari una
La Strina nel palermitano
vecchia quanto brutta, altrettanto buona e cara a’ bambini, vo’ dire la Vecchia di Alimena, la Vecchia Strina di Cefalù, di Vicari, di Roccapalumba, la Vecchia di Natali di Ciminna, la Vecchia di Capudannu di Resuttano, la Carcavecchia dI Corleone, la Befana di altri luoghi. Questo strano essere, grinzoso, sdentato, lacero, la notte di Natale o l’ultimo dell’anno secondo i paesi dove gli si crede, esce in giro portando quel che portano i Morti: balocchi, abitini nuovi, dolci e quattrini da regalare a’ bambini. Dove è un antico castello, questa Vecchia vi rimane chiusa e nascosta l’intero anno, e ne esce a piedi tirandosi dietro una funata di muli carichi di tutto quel ben di Dio. In Corleone scende dalle rocche e in forma di uccello penetra nelle case, come altrove penetra in figura di formica. Quivi trova le scarpe; in Roccapalumba fazzoletti preparatile dai fanciulli. Invisibile per sua natura e per sua volontà espressa, in Resuttano va, avvolta da un lenzuolo, al suono d’una campana da vacche ed esige che nessun fanciullo mai ardisca, per curiosità, metter fuori la testa, aprire gli occhi per cercar di vederla e conoscerla.» (G. Pitrè, Usi e costumi del popolo siciliano, Vol. IV, in part. “I Morti e la Vecchia Strina”, pp. 58-63).

Befana portatrice di doni e carbone
Ricevendo il dono della Befana i bambini ricostituiscono l’unità metastorica della famiglia, sancendo, se premiati, la protezione dell’antenato sull’ambito domestico, come la temporanea immersione dei vivi in una «dimensione festiva intesa come tempo eccezionale in cui la famiglia celebra il superamento simbolico della frattura storica morti-vivi» (Luigi M. Lombardi Satriani; Mariano Meligrana, Il ponte di San Giacomo, p. 150). Più specificamente, le questue rituali previste nel folklore popolare in occasione di feste e ricorrenze particolarmente significative si distinguono in “attive” e “passive”. La forma attiva è organizzata in modo che i rappresentanti simbolici dei morti – i bambini prima di tutto, ma anche mendicanti, poveri, individui mascherati, sagrestani o campanari, figure tutte in qualche modo marginali ed inquietanti – si rechino per le case a chiedere offerte di vario genere, spesso di cibo, punendo chi si rifiuti di soddisfarli con fatture, insulti o scherzi. Al contrario, la forma passiva prevede che la questua non sia esplicitamente “domandata” dai vicari dei defunti, bensì portata loro in dono da figure – “Gesù”, Babbo Natale, la Befana, fate e spiriti, santi e così via – esse stesse legate ai morti e provenienti dall’aldilà.
Lo stesso carbone connesso alla Befana non è un elemento casuale. Nella tradizione popolare infatti, braci e ceneri natalizie vengono identificate con le anime degli antenati domestici, e perciò ritenute da un lato sostanze dal potere propiziatore, dall’altro materie inquietanti, ctonie, infere, ultramondane: 

Appare chiaro quindi il significato della cenere e del carbone come sostanze dotate di influssi essenzialmente positivi e propiziatori, e al tempo stesso materie archetipiche di una dimensione infera, legate alla sfera ctonia, e quindi ambigue ed inquietanti. Probabilmente per questa ragione esse sono state considerate come una sorta di “punizione tangibile”, simbolo di comportamenti riprovevoli, e passati successivamente alla sfera grottesca e giocosa dello scherzo, che i bambini percepivano come una scoperta deludente. Ma originariamente, nella calza, accanto ai dolci, alle nocciole, alla frutta, si usava mettere anche dei pezzetti di carbone, e ancora oggi per la festa della Befana si vende nelle fiere il carbone di zucchero da mettere nelle calze dei bambini. Questo indica come il valore ancestrale di questa sostanza misteriosa si sia in qualche modo conservato nelle usanze tradizionali. Per questo non è affatto ingiustificato annoverare la cenere ed il carbone portati dalla Befana tra i doni fatati, dotati di valore magico ed altrettanto preziosi vista la loro correlazione con le figure degli antenati (L’incanto e l’arcano, p. 90).

Oggetto magico, benefico ma pericoloso, il carbone della Strega Befana è l’autentico “dono fatato” – in fondo… zuccherino! – portato dall’aldilà.
Un’ultima notazione: come già accennato, le molteplici befane della tradizione europea sono spesso anche dipinte come abili filatrici (simili alle Parche, Moirai o Nornen, che “cuciono” il destino dei mortali), e d’altro canto alla notte del 6 gennaio si raccomanda alle donne, come un vero e proprio “tabù”, di astenersi dalla tessitura e da qualsiasi occupazione che preveda l’utilizzo di fili, matasse o stoffe:

Nelle civiltà dove le grandi Dee hanno cumulato le virtù della Terra, della Luna, della Vegetazione, il fuso e la rocca con cui [le Moire] filano i destini degli uomini diventano, insieme a tanti altri, loro attributi. Il divieto di filare, nei periodi che vedono i morti aggirarsi per il mondo o, come nel caso dell’Epifania, nel periodo in cui dovrebbero abbandonare la dimensione umana, è dettato dal timore che le loro anime vengano attratte da “quel che comincia e da quel che si crea” (Mircea Eliade)”, simboleggiato in questo caso dal girare dell’arcolaio, e che possano restare impigliate o rifugiarsi nelle matasse e nel filato (Storia e leggende di Babbo Natale e della Befana, p. 16).
L'antica filatrice

L’Epifania deve quindi davvero portare via tutte le feste, scongiurando le incursioni di eventuali spiriti ritardatari. Per questo, si è consolidata nelle campagne l’usanza – ancor oggi “inconsapevolmente” diffusa – di esporre fuori dalla porta una piccola scopa di saggina, a testimoniare la già avvenuta visita della “Befana”: si racconta che le anime inquiete, i diavoli e le streghe che nella notte minacciano di entrare, ne siano attratte, e perdano tutto il tempo, fino all’alba, a contarne sull’uscio i fili.

Silvia Ippolito



Bibliografia:

Baldini eraldo; Bellosi Giuseppe, Tenebroso Natale. Il lato oscuro della grande festa, Laterza, Roma-Bari 2015.

Cattabiani Alfredo, Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i ritmi dell’anno, Mondadori, Milano 2003.

Cattabiani Alfredo, Lunario. Dodici mesi di miti, feste, leggende e tradizioni popolari d’Italia, Mondadori, Milano 2015. 

Corvino Claudio; Petoia Erberto, Storia e leggende di Babbo Natale e della Befana. Origini, credenze e tradizioni di due mitici portatori di doni, Newton Compton, Roma 1999.

Lombardi Satriani Luigi M.; Meligrana Mariano, Il ponte di San Giacomo. L’ideologia della morte nella società contadina del Sud, Sellerio, Palermo 1996.

Manciocco Claudia; Manciocco Luigi, L' incanto e l'arcano. Per un’antropologia della Befana, Armando, Roma 2006.

Pitrè Giuseppe, Usi e costumi credenze e pregiudizi del popolo siciliano, raccolti e descritti da Giuseppe Pitrè, Libreria L. Pedone Lauriel di C. Clausen, Palermo 1889.

Propp Vladimir J., Istoričeskie korni volšebnoj skazki, Izdatelʹstvo leningradskogo gosudarstvennogo universiteta, Leningrad 1946, tr. it. Le radici storiche dei racconti di fate, Bollati Boringhieri, Torino 2012.


martedì 2 gennaio 2018

SEGNALAZIONI: Domenica 7 gennaio alle ore 16.30 "Giufà il mare e le nuvole" a Centrale Preneste

Domenica 7 gennaio alle ore 16.30 

Ruotalibera Teatro 
presenta

Giufà il mare e le nuvole

Testo, regia e interpretazione di Tiziana Lucattini e Fabio Traversa


Il piccolo Giufà guarda l'orizzonte e sogna, al di là delle onde, un padre sconosciuto e idealizzato. Il bambino e la sua mamma diffidente e brontolona vivono davanti a un mare che rappresenta per entrambi  la possibilità di muoversi, di cambiare e, infine, di crescere.

Dai 6 ai 10 anni.





 Centrale Preneste Teatro per le nuove generazioni
Via Alberto da Giussano, 58 – Roma
e-mail info@ruotaliberateatro.191.it


mercoledì 13 dicembre 2017

Santa Lucia... La notte più lunga che ci sia?


Santa Lucia in Svezia
Ci è capitato, approssimandoci alle feste dicembrine, di trovare esposti sugli scaffali delle librerie –  inondati da volumi, ricettari e cartonati dalle tinte rosseggianti, corredati degli immancabili Babbo Natale, Pupazzi di Neve, Pan di Zenzero e panettoni – due albi illustrati che hanno destato la nostra attenzione, se non altro perché, in apparenza, scollegati dall’immaginario più consueto del Natale “globalizzato”. Si tratta di La notte di Santa Lucia (2016) di Sara Agostini, finemente illustrato da Chiara Raineri, e Le più belle storie di Santa Lucia (2017) di Valentina Camerini e Caterina Martusciello, entrambi pubblicati da Gribaudo. La scelta dell’editore di dedicare, a distanza di un anno, ben due delle sue pubblicazioni “natalizie” al personaggio di Santa Lucia ci è parsa rilevante: una tradizione – quella della martire siracusana che nella notte fra 12 e 13 dicembre dispensa doni ai bambini buoni – italianissima (per questo, si direbbe, più sconosciuta e “marginale”), che è presentata, al pari dei “classici”, come massimamente degna di nota.

SEGNALAZIONI: Martedì 19 dicembre Auguri in Biblioteca Europea con L'apprendista stregone

Siamo felici di invitarvi martedì 19 dicembre alla Biblioteca Europea per augurarci buone feste in un modo tutto speciale!

Ci troverete in Biblioteca Europea con letture a tema magico, giochi di prestigio e visita-gioco alla mostra delle illustrazioni de L'apprendista stregone (testo di J.W. von Goethe, illustrato da Fabian Negrin, Donzelli editore in collaborazione con il Goethe-Institut), laboratorio creativo e una ricca merenda!

Vi aspettiamo martedì 19 dicembre alle ore 17 alla Biblioteca Europea (Via Savoia 13/15).

Attività gratuita per l'utenza libera.
Dai 5 anni in su!


martedì 12 dicembre 2017

SEGNALAZIONI: Venerdì 15 dicembre alle ore 17.30 Incontro con Fabian Negrin alla Biblioteca Europea

Chi è Fabian Negrin? Come nascono le sue illustrazioni? Da dove arriva la potenza delle sue immagini? Come si illustra una fiaba? E una ballata?

Venerdì 15 dicembre alle 17.30 alla Biblioteca Europea, in occasione dell'inaugurazione della mostra  di riproduzioni de L'apprendista stregone (J.W. von Goethe, illustrazioni di F. Negrin, Donzelli editore 2017), Fabian Negrin risponderà a queste e ad altre domande.

ILLUSTRARE GOETHE, ILLUSTRARE GRIMM, ILLUSTRARE...
Durante l'incontro, l'artista racconterà le varie e differenti fasi del suo percorso da illustratore, fino ad arrivare all'ultimo e recente progetto, L'apprendista stregone.

Un appuntamento da non perdere!








venerdì 8 dicembre 2017

L’abete. Dall’albero cosmico alla fiaba di Andersen

La festa cristiana dell’otto dicembre celebra il miracolo dell’Immacolata Concezione, cioè della totale immunità di Maria Vergine dalla “macchia” del peccato originale. Il dogma, proclamato nel 1854 da Pio IX in piazza di Spagna a Roma, subentrò in realtà soltanto al termine di un processo di elaborazione dottrinaria durato secoli, e costellato di tentativi più o meno “eretici” di sintesi. D’altra parte – come spesso è accaduto nella storia della Chiesa – la “creazione” di un nuovo dogma divenne anche l’occasione di riemersione di culti pregressi e fusioni sincretiche, evidenti ancora oggi nella tradizione locale. Ad esempio, quanto all’usanza di accendere fuochi di buon augurio per la Madonna -  pensiamo ai celebri “focaracci” loretani, nelle campagne del Piceno –, Alfredo Cattabiani nota che:

sabato 2 dicembre 2017

Cartastraccia a Più Libri Più Liberi (6-10 dicembre 2017)


È con molto piacere che vi invitiamo a venirci a trovare durante Più libri più liberi, la Fiera nazionale della piccola e media editoria, che si svolgerà a Roma (dal 6 al 10 dicembre) al nuovo Roma Convention Center - La Nuvola dell'Eur, nella quale saremo impegnate in diverse attività:


Spazio Nati per Leggere - Ci troverete nello spazio Nati per Leggere di Biblioteche di Roma, con "Ti leggo una storia", letture per bambini da 0 a 6 anni, tutti i giorni alle 10.30 e alle 17.30. Per informazioni sul calendario cliccare qui

Spazio Ragazzi. Area Mostre - Vi aspettiamo alla bellissima mostra curata da Biblioteche di Roma, Goethe Institut e Minibombo"Questo libro fa di tutto"
Potrete partecipare ai nostri laboratori digitali, letture e giochi interattivi. Tutti i giorni, secondo i seguenti orari: il 6 e il 7 alle 14.00 e alle 16.00; 
l'8, il 9 e il 10 alle 15.00 e alle 16.00.
Per informazioni sul calendario cliccare qui
Questo spazio è curato da Biblioteche di Roma,
Minibombo e Goethe-Institut e si inserisce in un più largo progetto di sperimentazione digitale in biblioteca, "Scorri, scrolla, digita. App per una lettura creativa" del Goethe-Institut.

Spazio Ragazzi. Area incontri - Per i più grandi, segnaliamo l'appuntamento professionale "A tutta app: dal libro al digitale, dal digitale al libro", curato da Biblioteche di Roma. Goethe-Institut e Biblioteche di Roma, sabato 9 dicembre alle 12.30, con Ilaria Tontardini, Cristina Paterlini e Leyla Vahedi, info qui










giovedì 30 novembre 2017

SEGNALAZIONI: "Fratellino e sorellina" Domenica 3 dicembre a Centrale Preneste


Domenica 3 dicembre 2017, alle ore 16:30, per la rassegna “Infanzie in gioco 2017/18 torna a Centrale Preneste Teatro 

 Fratellino e sorellina 


di Ruotalibera Teatro
 scritto e diretto da Tiziana Lucattini
con Cora Presezzi e Fabio Traversa

 Un fratello e una sorella sono alle prese con il giorno della recita scolastica. Lo spettacolo sta per cominciare. In un lungo flashback si ripercorrono, filtrati dagli occhi dei due protagonisti, i momenti quotidiani che hanno preceduto quell’istante così emozionante: conflitti, frustrazioni, rapporti con i genitori, la maestra. Domande (senza risposte) sulla vita. Una telecamera, ora complice ora “spiona”, accompagna i due ragazzini nel loro intenso e allegro percorso di consapevolezza. 
Ispirato alla fiaba Fratellino e Sorellina dei fratelli Grimm.

Spettacolo adatto ai bambini dai 3 ai 10 anni.

Biglietto unico: 5,00 €. (prenotazione consigliata)

Per info e prenotazioni
info@ruotaliberateatro.191.it

CENTRALE PRENESTE TEATRO
Via Alberto da Giussano, 58

martedì 28 novembre 2017

SEGNALAZIONI: "Libri per bambini con il culto dell'immagine", mostra bibliografica dal 2 al 17 dicembre al MACRO Testaccio


Ricordate della nostra fissa per i libri fotografici? 

Ebbene, ora è una MOSTRA bibliografica con libri di Corraini, Ecole Des Loisirs, Editions Thierry Magnier, Greenwillow Books, Nanaroku Sha, Fulmino, Topipittori e molti altri!

Libri per bambini con il culto dell’immagine
a cura di Alessandro Dandini De Sylva e Cartastraccia

Dal 2 al 17 dicembre nell'ambito del Festival Emerging Talents 2017, MACRO Testaccio – SPAZIO FACTORY Piazza Orazio Giustiniani, 4 Roma
Martedì 5 dicembre
17:00-18:30 Visita-gioco alla mostra e letture ad alta voce a cura di Cartastraccia